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Franco D'Andrea Quartet Senza dubbio il quartetto di Franco D’Andrea rappresenta una delle punte più alte del jazz contemporaneo ed è da salutare con gioia l’approdo ad una major. Il quartetto, nato alla fine degli anni Novanta, è il luogo dove il pianista, raccogliendo l’esperienza dello sfortunato gruppo Eleven, sta mettendo a frutto le sue idee più avanzate, espresse per mezzo di spunti formali - più che composizioni - suscettibili di molteplici trasformazioni, ampliamenti, sviluppi. Il gruppo non opera su basi strettamente armoniche, ma intervallari e ritmiche: i “temi” sono semplici cellule, riff o spunti ritmici che partendo dal basso, di regola delineati dallo stesso D’Andrea, vengono gradualmente raccolti dal resto del gruppo. La musica si sviluppa gradualmente in una trama complessa e stratificata, relegando sullo sfondo i ritornelli e l’armonia, che quando affiora al culmine, rivela dietro le linee angolose successioni molto semplici: dal basso blueseggiante di Into the Mistery emerge un “banale” turnaround, mentre dalla cellula di quattro note simmetriche di Monodic prendono forma due accordi oscillanti.In un universo brulicante di motivi blues, africaneggianti, memori di Monk, l’assolo svanisce per fare posto a una polifonia improvvisata incessante e frammentata, un gioco di suggestioni melodiche che passano danzando da uno strumento all’altro. Sui ritmi africani o swinganti, shuffle o lievemente funky, il gruppo agisce come un organismo cangiante, dai colori molteplici, che D’Andrea conduce con segnali sonori, in un’espansione polifonica dei processi della musica africana o del Davis elettrico, mentre la trama strumentale cambia continuamente di spessore, come nella musica di Gil Evans. Questa sintesi di progettualità matematico-intervallare e apertura formale sollecita la libertà d’azione dei musicisti e sprigiona una qualità gioiosa, inebriante, nonché una giocosità raffinata e profonda.Non c’è alcun gap generazionale tra D’Andrea e i suoi giovani collaboratori, ma una comune capacità di aprirsi al dialogo. Forse la chiave di volta del gruppo è il sax alto di Andrea Ayassot, una sorta di Roscoe Mitchell gentile: il suo timbro, i motivi triturati o ridotti a una mezza smorfia spargono angoscia e ironia e spostano di continuo l’orizzonte delle aspettative. Il bassista Aldo Mella rivela improvvisamente le struttura fondanti per poi farle sparire di nuovo, ma sempre sui ritmi di danza, che è il cuore pulsante di questa musica. E il set percussivo di Zeno de Rossi, dalle risonanze metalliche e aspre, produce uno swing pervasivo intrecciandosi con l’afasia strozzata di Ayassot. Sopra, sotto e intorno, il pianoforte di D’Andrea, ormai sintesi di un mondo che va da Earl Hines a Cecil Taylor, sparge colori, scorrazza su tutti i registri, accelera e rallenta i fraseggi, sposta le prospettive armoniche, distorce i percorsi melodici, forza la direzione della musica.La dimensione del concerto è ideale per un gruppo che si reinventa sera dopo sera: questo disco dalla grafica elegante lo coglie nell’estate del 2006 durante i seminari di Siena Jazz (la cui Fondazione ha prodotto la registrazione), dove D’Andrea insegna fin dagli inizi. Le medley che compongono il repertorio non sono preordinate, ma nascono sul palco, secondo le imprevedibili - per i musicisti e per noi - indicazioni lanciate a sorpresa dal pianoforte: in pratica la scaletta non è preordinata, ma la decide D’Andrea strada facendo. Come in un vorticoso movimento di atomi, la musica si materializza e si trasforma incessantemente sotto i nostri occhi, e ben venga il minutaggio dettagliato del libretto, che ci consente di cogliere queste mutazioni. E’ senza riflussi l’onda creativa che fa volare da quasi trent’anni a questa parte Franco D’Andrea, un musicista che a 68 anni è forse al suo picco creativo, e che si staglia - in un epoca mortificata dal semplicismo o dal narcisismo - anche per la modestia della sua grande intelligenza. Stefano Zenni
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