Come ogni produttore che si rispetti, Paolo Piangiarelli non si limita a convocare in studio i musicisti ma intrattiene con loro un rapporto empatico, suggerendo idee e stimolando il loro gusto del rischio. In questi anni egli ha trovato in Franco D'Andrea il partner ideale, l'artista che valorizza al meglio le sue proposte azzardate: pochi avrebbero lanciato (e pochi avrebbero accettato) la sfida di otto dischi di piano solo, com'è avvenuto per il vittorioso cofanetto dell'ultimo Top Jazz.

Come ci ha confermato lo stesso D'Andrea, non ci sono state prove: dopo alcuni contatti telefonici tutti si son trovati in sala di registrazione (il 27 e il 29 maggio 2002) e la musica è scaturita di getto.

Come s'è detto, protagonista d'entrambi i lavori (ma in realtà poco più di un pretesto) è quella frase ritmico-melodica reiterata tipica del jazz. Un immediato piacere nell'ascolto di questi album consiste nel seguire le fantasiose relazioni che i solisti mettono in moto, a partire da un semplice riff.

In entrambi i lavori il dialogo si svolge con tale "naturalezza", fluidità espressiva e altrettanta capacità di rischiare e sorprendere, che si resta francamente ammirati. Molto più di quanto -già sulla carta, visto il valore dei protagonisti- si potrebbe supporre.

In Franco D'Andrea & Two Basses - Round Riff and More - Vol. 2 è assolutamente consigliabile l'uso delle cuffie: è il modo migliore per seguire senza distrarsi lo svolgimento musicale e le sue imprevedibile sfaccettature. Ad una prima analisi Ares Tavolazzi (sul canale sinistro) e Massimo Moriconi creano un variopinto supporto ritmico ai lunghi interventi del pianista ma, ascoltando con attenzione, il dialogo è paritario ed i ruoli melodico-ritmici vengono continuamente scambiati, utilizzando l'ampio spettro delle soluzioni: un pezzo del tema può diventare un ostinato ritmico che funge da riferimento comune, in altri momenti si gioca sui contrasti timbrici, in altri sui confronti solisti e molte cose ancora.

Il pregio maggiore del disco è la sintesi tra godibilità (avvincenti walkin' bass, assoli swinganti, lirici abbandoni melodici) e ricerca. Ciò evita di far scivolare il lavoro nelle secche dello sperimentalismo com'è capitato a vari connubi tra pianoforte e contrabbasso.

Molto di ciò che s'è detto (dal punto di vista strutturale) vale anche per Franco D'Andrea & Two Horns - Round Riff & More - Vol.1. Ovviamente c'è un ampliamento dello spettro timbrico e delle possibilità espressive: ma l'approccio sperimentale gioca maggiormente con la memoria, portando in superficie richiami e suggestioni di altre epoche.

Esemplari, a questi riguardo, sono le rivisitazioni di "Uncided", addirittura un classico della Swing Era, di "Misterioso" (dove Monk convive con Duke) o "Caravan", esplicita presenza ellingtoniana. Ma il legame con la tradizione è evidente già in "Deep", il tema di D'Andrea che apre il lavoro.

Il riff, presenza ideale o riferimento esplicito, continua comunque a caratterizzare il percorso musicale. In "Naima", ad esempio, il gioco di bassi, che D'Andrea introduce da subito, diventa un anomalo riff che ritroviamo in tutto il brano, accanto al narrativo intervento di Petrella e al lirico apporto di Bosso.

Un'esplorazione più radicale e libera da schemi avviene in "Another Riff" e la ritroviamo qua e là, in varie parti dall'opera.

 

In conclusione Franco D'Andrea conferma il suo magistrale momento e scrive -anche grazie ai notevoli partner - altre importanti pagine del nostro jazz.

 

Angelo Leonardi, da www.allaboutjazz.com