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Chi ha assistito alle (purtroppo rare) esibizioni di Ernst Reijseger e Franco D'Andrea sa che da loro può aspettarsi tutto, eccetto l'ovvietà. A due anni dalla magnifica esibizione al festival di Vicenza [per leggerne la recensione clicca qui], esce finalmente il primo lavoro discografico del duo, realizzato in studio e prodotto da Stefan Winter. I due musicisti non hanno bisogno d'essere introdotti: rappresentano quanto di meglio offre la musica improvvisata europea legata al jazz ed hanno svolto ampie e approfondite esperienze artistiche, dentro e fuori la cosiddetta avanguardia. Qualcuno può essere tentato di mettere Reijseger in una collocazione più eterodossa rispetto a D'Andrea ma è una distinzione priva di valore, soprattutto in relazione a questo connubio. I due dialogano senza ruoli precostituiti, in perfetto equilibrio tra innovazione e tradizione, facendo dimenticare differenze di età (poco più di dieci anni) e di formazione. Chi pensa di collocare D'Andrea in un ruolo maggiormente "tradizionale" quindi, sbaglia di grosso e il disco lo chiarisce ampiamente: molti brani manifestano una ricca dimensione lirica e cantabile ed è forse il violoncello di Reijseger a esprimerla in modo più evidente. È questa la dimensione più inconsueta del disco ed anche la sua massima attrattiva. Il percorso musicale si snoda attraverso undici brani, con un'abbondante presenza di ballad e famosi standard: fanno eccezione due composizioni di D'Andrea ("Two Colors" e "Afro Abstraction"), una di Sean Bergin ("Hi There") ed una di Misha Mengelberg ("Complex Eight"). Su questo filo conduttore pianoforte e violoncello dialogano con magistrale senso della misura: un confronto dove la grande libertà personale è bilanciata da precisi limiti, formali ed estetici; dalla volontà di trovare un comune denominatore nella diversità e dal rispetto per l'identità melodica dei temi. Quando uno dei due azzarda soluzioni inconsuete trova spesso nel partner un supporto "tradizionale" e la fantasia con cui ciò avviene apre ampi orizzonti, senza condurre a dimensioni aleatorie. La riuscita del disco e le grandi emozioni che suscita nascono proprio da questa tensione tra il noto e l'ignoto, sempre felicemente risolta. Un procedimento che consente, integrandoli in un originale camerismo, anche i toccanti abbandoni romantici che troviamo un po' in tutto il disco e particolamente in "Amore baciami", "Ma l'amore no", "I Love You So Much It Hurts". Un connubio tra due artisti tanto liberi e personali che possono permettersi tutto, dialogando in un sorprendente gioco di relazioni, costruendo quadri musicali ogni volta diversi, senza concedere nulla al superfluo e capaci di toccare le corde del sentimento. Impossibile una scelta dei brani migliori. È grande musica e saprà catturarvi al di là dei vostri gusti personali.
Angelo Leonardi da www.allaboutjazz.com |
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